• Luca Gonzatto

TIZIANO TERZANI | tratto da LETTERE CONTRO LA GUERRA

Aggiornato il: 13 set 2019

Il mondo sta cambiando e mai come in questi anni siamo di fronte all’opportunità di essere parte attiva del cambiamento oppure di alimentare la distruzione.


Partiamo da noi quindi, dal nostro modo di parlare, di relazionarci, di mangiare, di pensare per cambiare il mondo.


Oggi più che mai, riemergono potenti le parole di questo grande uomo/giornalista/ricercatore, Tiziano Terzani, che in uno scritto immortale, Lettere Contro La Guerra, esorta tutti noi a cambiare prospettiva e sforzarci per “capire le ragioni degli altri” in modo da non alimentare le tragedie con l’odio o con la paura, bensì con la comprensione e l’Amore!


Riflettiamo, e cerchiamo di partire da noi stessi per rifondare una nuova umanità.


Buona lettura


Nell’Himalaya Indiana, 17 gennaio 2002

[…] Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancor più vivo.


L’esistenza qui è semplicissima, scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco – a volte anche un leopardo-, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato.


Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a dare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.

A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, di impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.

Eppure, dinanzi alla complessità di meccanismi disumani- gestiti chi sa dove, chi sa da chi- l’individuo è sempre più disorientato, si sente perso, è finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel lavoro, nel compito che ha dinnanzi, disinteressandosi del resto ed aumentando così il suo isolamento, il suo senso di inutilità.


Per questo è importante, secondo me, riportare ogni problema all’essenziale. Se si pongono le domande di fondo, le risposte saranno più facili.

Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica l’affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?

<<In tutta la storia ci sono sempre ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci>> si dice. <<ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova>> rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obbiezione. […]


l’argomento è semplice: se l’homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest’uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del resto dell’Universo?

E poi. Siccome questa evoluzione ha a che fare con la coscienza, perché non provare da noi, ora, coscientemente, a fare un primo passo in quella direzione? Il momento non potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé stesso con quelle armi che, poco sapientemente, si è creato.

Guardiamoci allo specchio.


Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott’acqua come pesci, andiamo sulla luna e mediante sonde fin su Marte. Ora siamo persino capaci di clonare la vita. Eppure, con tutto questo progresso non siamo in pace né con noi stessi né col mondo attorno.


Abbiamo appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo <<amici>> e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana. […]


Il grande progresso materiale non è andato al pari passo col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l’idea che l’uomo, coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla coscienza di sé. […]


Queste sono idee che, in una forma o in un’altra, con linguaggi diversi, circolano da qualche tempo nel mondo. Circolano nel mondo occidentale dove il sistema contro cui queste idee teoricamente si rivolgono le ha già riassorbite, facendone i <<prodotti>> di un già vastissimo mercato <<alternativo>>  che va dai corsi di yoga a quelli di meditazione, dall’aromaterapia alle <<vacanze spirituali>> per tutti i frustrati della corsa dietro ai conigli di plastica della felicità materiale.


Queste idee circolano nel mondo islamico, dilaniato fra tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma innanzitutto la guerra la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse dell’uomo.


Per cui non è detto che uno sviluppo umano verso l’altro sia impossibile. Si tratta di non continuare inconsciamente nella direzione in cui siamo al momento […]

“Fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo allora dal punto di vista del domani per non doverci rammaricare poi d’aver perso una buona occasione. L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega.”[…]

Questa mania di voler ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale.


Alla fine di una conferenza a San Francisco, una signora chiese a Vivekananda <<non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse unasola religione per tutti gli uomini?>>, Vivekananda rispose <<Forse sarebbe ancor più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini>>. […]


Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi.


Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento, cominciamo a prendere la decisione che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene.

Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità è in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Duemilacinquecento anni fa un indiano, chiamato poi l’illuminato, spiegava una cosa ovvia: “che l’odio genera solo odio” e che “l’odio si combatte solo con l’amore”. Pochi l’hanno ascoltato. Forse è venuto il momento.


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